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Eccoci qui. Mesisecolianni che non scrivo un dannato post in questo deserto blog ma oggi..si, scriviamo!
Dunque mentre sono qui a sciogliermi dal caldo, volevo parlarvi di come ho passato lo scorso 24 Luglio.
Dunque, come non citare quel SANT’UOMO dello che mi ha prestato quel gioellino del .
Insomma con il suo pandino (onore al mezzo!) siamo scesi alle grotte, un posto molto suggestivo dove volevo scattare da un po’.
Ovviamente si, la mia modella è sempre lei, la santissima che questa volta ha accettato IGNARA di quello che le sarebbe toccato fare…
Trovato il posto ho montato il gioiellino sulla mia piccola 550D, e ho iniziato a scattare. Ecco ciò che ne è venuto fuori, io sono stranamente SODDISFATTA!

Ho deciso di proporvi questa vecchia storia scritta due anni fa per un concorso scolastico.
E’ decisamente troppo impregnata del fenomeno Twilight, ma, dopo averla ritrovata, ho sentito il bisogno di condividerla con voi. Buona Lettura.

Camminavo al buio, sola, nella notte.I miei piedi si muovevano meccanicamente, senza che fossi io a comandarli. Il tonfo secco delle mie scarpe sull’asfalto era l’unico rumore che riuscissi a sentire.
Era una notte silenziosa, senza luna.
Non riuscivo a vedere dove stavo andando, ma sapevo che non era un problema, prima o poi sarei arrivata da lui.
Era il mio destino. In silenzio andavo incontro a quella che sarebbe stata la mia fine.
Un flusso di pensieri sconnessi mi occupava la mente e mi consentiva di avanzare senza ripensamenti verso l’ignoto.
Poi un pensiero forte, luminoso mi fece sussultare: il suo viso.
D’un tratto crollarono tutte le barriere che avevo costruito per cercare di essere felice, nel momento della fine.
I miei ricordi, quelli nitidi e dolorosi, mi riempirono la testa, costringendomi a rievocare gli ultimi anni. Ogni immagine era una pugnalata dritta al cuore.
Mi ricordavo la prima volta che lo incontrai: avevo diciotto anni, capelli corti e biondi e un paio di grandi occhi blu.
Stavo seduta su una panchina del lungomare, con gli occhi chiusi e la musica nelle orecchie.
Ero isolata, persa nel mio mondo. Sentivo il sole scaldarmi il viso e la brezza fresca scompigliarmi i capelli.
Era agosto e quella era una delle mie ultime giornate di vacanza.
Mentre muovevo le labbra, scandendo le parole della mia canzone preferita, ripensai alle ultime due settimane: erano passate lentamente, eppure non riuscivo a ricordarle con precisione.
Erano state noiose per me che, ovviamente, non ero riuscita a conoscere nessuno, timida e chiusa com’ero.
Le mie ore si rincorrevano tutte uguali: mi svegliavo soltanto quando tutti i bagnanti erano già in spiaggia e uscivo per una corsa, poi mangiavo e passavo pomeriggi e serate intere leggendo o ascoltando la musica: esattamente ciò che una ragazza della mia età troverebbe noioso.
Un ragazzo? Nemmeno a parlarne! Fin da piccola ero sempre stata molto apprezzata ma, per qualche motivo, le mie storie finivano sempre male.
Dopo ogni rottura passavo settimane chiusa in me stessa e spesso scoppiavo a piangere nei momenti meno opportuni.
Con il tempo, però, capii che per stare meglio avrei dovuto lasciar perdere i ragazzi.
Ormai era passato un anno da quella decisione e, effettivamente, mi sentivo meglio, non potendo tuttavia definirmi felice: odiavo infatti vedere le mie coetanee mano nella mano con un ragazzo, innamorate ed entusiaste di ciò che la vita stava regalando loro.
Fortunatamente a dividermi da casa restavano soltanto due lunghi e monotoni giorni: all’aeroporto avrei trovato Erica ad aspettarmi, impaziente di raccontarmi le sue avventure estive.
Kikka, così la chiamavo, era l’unica vera amica che avevo: ci conoscevamo fin dai tempi dell’asilo ed eravamo inseparabili, … ,le due facce di una medaglia.
Eravamo così diverse…ma, probabilmente era proprio questo il motivo per cui andavamo tanto d’accordo.
Era il mio opposto: bassa e sportiva, con occhi nocciola, capelli lunghi di un delicato castano e, quando sorrideva, ai lati della sua bocca spuntavano due simpatiche fossette, a coronare un piccolo naso all’insù che le conferiva un aspetto fanciullesco.
Era sveglia, vivace, solare, così estroversa che non faceva la minima fatica nel farsi nuovi amici.
Aveva un ragazzo da due anni, Mark, un ventenne mozzafiato di origini inglesi, alto e muscoloso.
La invidiavo molto ma, davanti a lei, non lo davo mai a vedere.
D’un tratto sentii una lieve pressione al cuore. Spaventata aprii gli occhi.
Impiegai qualche secondo per abituarmi alla luce intensa di mezzogiorno.
Quando i miei occhi si adattarono mi guardai intorno: davanti a me stava passando un ragazzo alto, con i capelli neri che gli ricadevano a riccioli sulle spalle.
Poi successe: lentamente girò la testa nella mia direzione e i nostri occhi s’incontrarono. Sprofondai nelle sue iridi nere e minacciose, senza fiato.
Dopo un secondo, o forse dieci, o forse una vita intera, distolse lo sguardo da me e, con altrettanta lentezza, si rigirò e continuò a camminare.
Non so cosa mi successe in quel momento e credo che non riuscirò mai a capirlo.
So soltanto che un brivido mi scosse la schiena e le mie labbra, di loro iniziativa, si mossero impercettibilmente: « Aspetta! » sussurrai.
Ero certa che non mi potesse avere sentito ma, prima che potessi richiamarlo, lui si girò.
Mi immobilizzai, e un altro brivido mi attraversò la schiena.
Lui mi trafisse con lo sguardo, sembrava combattuto.
« Parli con me? » chiese il ragazzo. La sua voce era bassa e roca.
Continuai ad osservarlo: era alto, altissimo, come minimo un metro e novanta, aveva le sopracciglia inarcate e la fronte corrugata.
Strizzò gli occhi per osservarmi meglio.
Imbarazzata distolsi lo sguardo, ma ci riuscii solo per pochi secondi: quello sconosciuto, bello e tenebroso, mi attirava a sé.
Lui iniziò a battere il piede per terra, scocciato e spazientito.
« Io… scusa … non so cosa mi è preso! » sbiascicai imbarazzata. « Scusa! » ribadii.
Lui mi fissò, d’un tratto divertito. Non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata bassa e roca.
Non riuscendo a capire il motivo di tanta ilarità domandai: « Cosa c’è di tanto divertente? » poco educatamente. Lui si ricompose. « È che sei buffa. » disse, il tono della voce serio, senza inflessioni. Sbuffai, irritata. « Grazie. » risposi, ironica.
Lui mi guardò, gli occhi di nuovo accesi dal divertimento. « Dai, non te la prendere, non volevo essere scortese. » mi sorrise.
Restai senza fiato. Era bellissimo. Aveva una fila di denti affilati e bianchissimi.
« Scuse accettate.. » risposi, in trance.
Lui mi fissò, in attesa. « Beh, come ti chiami? » chiese, curioso.
Ci pensai su, non sembravo in grado di produrre una frase di senso compiuto. Quel ragazzo mi faceva uno strano effetto. « Mi chiamo Ilaria. » risposi, stupita di aver messo insieme tre parole con successo. « E tu? » aggiunsi. Doveva avere un nome misterioso: Kevin, Jonathan..
« Andrea ». Mi spiazzò. Un nome comunissimo. « Piacere! » disse, allungando la mano. La strinsi e una scossa di elettricità pura mi attraversò. « Posso? » chiese lui, indicando la panchina dov’ero seduta.
« Certo, siediti pure. » risposi, e gli feci posto. Lui si accomodò dove gli avevo indicato, soppesando ogni movimento.
« Sei di qui? » chiese lui, curioso.
« No, vivo a Milano, sono qui in vacanza. Tra due giorni torno a casa » lo informai, improvvisamente triste. « E tu? » chiesi con una leggera nota di speranza nella voce.
Lui mi guardò per qualche secondo, poi sospirò. « Io vivo qui. ». Sul mio viso, senza che lo volessi apparve un espressione delusa. « Però studio a Milano … » disse Andrea, con un sorriso.
I miei occhi si illuminarono: « Cosa studi? » chiesi, rinfrancata.
Lui guardò il cielo, sognante. « Ingegneria Meccanica » mi informò, orgoglioso.
Spalancai la bocca, sorpresa: « Wow..quindi tu vivi lì, durante l’anno scolastico? ».
Lui annuì. « Si, ho un appartamento tutto per me.. »
La giornata passò veloce, per la prima volta nella mia vita ero entusiasta di qualcosa che avevo voluto io, di una situazione tutta mia e non pre-confezionata da Erica.
Parlammo di tutto, su quella panchina, delle nostre vite, delle nostre incertezze. Lui era bello e affascinante ma anche spaventoso: aveva due ombre scure sotto gli occhi, la pelle bianchissima e sembrava misurare ogni azione, quasi che, se non avesse prestato attenzione avrebbe potuto ridurre i frantumi qualunque cosa toccasse.Io, però, non avevo paura di Andrea. Ero totalmente affascinata da lui. Adoravo il modo in cui parlava, la sua voce, i suoi occhi, la sua arroganza, la sua simpatia. Restammo seduti, uno di fianco all’altra, solo pochi centimetri a dividerci. Il tempo assieme a lui passava fin troppo velocemente: quando iniziò a fare buio mi tornò alla mente la mia famiglia: dovevano essere molto in pensiero. In ogni caso non mi importava, ero stata una figlia modello per troppo tempo, sempre chiusa in me stessa, senza nemmeno cercare di trasgredire la più piccola regola. Così non mi preoccupai. Lui, inspiegabilmente, diventava sempre più irrequieto con il calar del buio. Prima che la luna si levasse nel cielo, nervoso, si alzò, mi mise una mano sulla spalla e disse, divorato dalla tristezza : « Devo andare, Ilaria. » sospirai piano. « Però ci possiamo vedere domani..In spiaggia, alle dieci, ti va? » sul mio viso spuntò un sorriso. « Certo » risposi, « E’ perfetto. Ci vediamo lì. Buona serata! » gli augurai, entusiasta per l’appuntamento.
« Si, buona serata.. » mugugnò sarcastico e se ne andò, lasciandomi sola a rimuginare su quel saluto tanto strano.
Il giorno seguente, ci incontrammo sugli scogli. Lui era in costume. Quando lo vidi ebbi un piccolo mancamento: era davvero perfetto. Passammo tutta la giornata insieme e questa volta non se ne andò al calar della sera ma restò con me fino a notte fonda, finché mi fece notare che io, l’indomani, mi sarei dovuta alzare all’alba per prendere l’aereo e tornare a Milano.
Mi salutò con un bacio sulla guancia che mi fece andare in tilt, promettendomi che il giorno dopo sarebbe venuto a salutarmi prima di partire. Quando tornai a casa mi buttai sul letto, esausta. Ma non riuscivo a dormire, avevo troppi pensieri per la testa. Conoscevo Andrea da poco più di ventiquattro ore e già sentivo che non sarei riuscita a lasciarlo. Certo, ci saremmo sentiti e ci saremmo visti nel giro di un mese. Però non riuscivo a sopportare l’idea di stargli lontano per così tanto tempo. D’un tratto non ero poi così impaziente di tornare a casa!
Mi alzai dal letto, incapace di stare ferma e mi appollaiai sul davanzale della finestra. Dalla mia camera si vedeva il mare. Guardai il cielo: una miriade di stelle incorniciavano una luna a cui mancava solamente un piccolo spicchio a destra per essere completa, essendo il primo giorno del periodo calante. Mi aveva sempre affascinata, fin da piccola le dedicavo poesie e passavo intere serate a osservarla o a disegnarla … in fin dei conti non c’era da meravigliarsi: mio padre era un astronomo. Nei giorni seguenti il plenilunio, però, mi sentivo avvolta da una grande tristezza. “Forse è proprio lei che ci ha fatto incontrare” pensai. Risi di me stessa e di un’ipotesi tanto stupida.
Dopo un tempo indefinito passato fissando il cielo, non mi accorsi del momento in cui i sogni presero il posto della realtà.
Quella fu la prima volta che sognai Andrea. Lo sognai in un bosco, la luna era piena e lucente nel cielo. Poi, nella notte riecheggiò un ululato fortissimo. Mi svegliai di soprassalto e, ancora stordita dal sonno mi guardai intorno. Impiegai qualche secondo per capire che mi ero addormentata sul davanzale della finestra. Cercai di stiracchiarmi e ogni muscolo urlò la sua protesta: avevo dolori dappertutto. Poi guardai l’orologio: erano le quattro. Fra meno di un’ora avrei dovuto uscire di casa, quindi decisi di iniziare a sistemare la mia camera d’albergo, che era in assoluto disordine. Quando alle cinque, lasciammo l’albergo, scrutai la strada in cerca di Andrea: di lui non c’era traccia. Con riluttanza mi costrinsi a seguire i miei in aeroporto, trattenendo le lacrime. Eppure l’aveva promesso! Mi sentii una stupida ad essermi fidata di lui.
Giunti al terminal rimasi senza fiato: Andrea era appoggiato ad un lampione e mi salutava con la mano, sorridendo.
Corsi da lui, sotto gli occhi risentiti di mia madre. Non riuscii a trattenermi, lo abbracciai e lui mi strinse forte a sé. Poi abbassai lo sguardo e notai che con lui aveva una valigia. Sorpresa gli chiesi spiegazioni. « Se tu vai a Milano, ci vado anche io » disse semplicemente. « Non posso stare senza te. » aggiunse, serio. Lo guardai, incredula improvvisamente euforica. Lui, se possibile, sorrise ancora di più e, molto lentamente, avvicinò il mio viso al suo e mi baciò dolcemente, attento ad ogni movimento. Il mio cuore accelerò, andando in iperventilazione. Lui se ne accorse e si staccò piano da me, accarezzandomi una guancia. Quello fu l’inizio di tutto e nel giro di poco tempo diventammo inseparabili. Erica era entusiasta, estasiata dalla novità e continuava a organizzare uscite doppie. D’altronde anche Mark ed Andrea andavano molto d’accordo. Il nostro era un rapporto perfetto, pieno d’amore. Quando iniziai anche io l’università mi trasferii a vivere con lui.
Andrea aveva molti amici ed era apprezzato da tutti ( un po’ meno dai miei genitori, mia mamma, infatti, continuava a ripetere frasi come:“ Quel ragazzo è spaventoso!” o “ Non ti fa paura?” e, in realtà, non le si poteva dare del tutto torto.. ) e nel giro di pochi mesi conobbi persone fantastiche.
Simone, il suo migliore amico era un ragazzo che gli assomigliava molto: bello e spaventoso con la stessa pelle chiara. Sembravano fratelli: li differenziavano soltanto i capelli biondi e il fisico più esile.
Simone aveva un carattere strano: sembrava possedere una doppia personalità, infatti alternava momenti di pura solarità a eccessi di rabbia e isteria.
Andrea e Simone, comunque, sembravano inseparabili.. Circa ogni mese uscivano insieme per la loro “serata da uomini”. Tornavano soltanto la mattina, stanchi e affamati ed erano soliti saltare i corsi dell’università del giorno dopo. Io, ovviamente non facevo domande, non volevo risultare troppo appiccicosa e, anche se Andrea mi mancava da morire, non gli avrei mai rovinato la serata.
La nostra vita insieme era tutto ciò che non avrei mai osato chiedere. I mesi passavano felici e la nostra storia andava a gonfie vele. Mi sentivo amata ed ero sicura che Andrea non mi avrebbe mai fatto soffrire.
Nell’agosto dell’anno successivo, per festeggiare trecentosessantacinque giorni dal nostro incontro, tornammo al mare.
A mezzogiorno ci sedemmo su quella stessa panchina dove tutto iniziò. Mi accoccolai di fianco a lui e Andrea mi cinse i fianchi con un braccio. Come tutte le volte che mi toccava, fui scossa da una scarica di elettricità che nemmeno dopo tutto quel tempo ero riuscita a reprimere.
Alla fine di quella romantica vacanza ritornammo a Milano e trovammo Erica e Mark ad aspettarci.
Ci proposero di festeggiare insieme ma Andrea disse che quella sera avrebbe dovuto uscire con Simone.
Per tutta la giornata fui divorata dall’incertezza: ero curiosa di vedere cosa facevano il mio ragazzo e il suo migliore amico.. Nonostante mi fidassi di loro, una parte di me voleva assolutamente scoprirlo. Distrutta dal senso di colpa mi costrinsi a seguirli, a distanza.
Era una notte di luna piena. Simone e Andrea uscirono di casa completamente coperti, con guanti, e occhiali da sole. Entrarono nel vecchio pick-up di Simone e si diressero fuori dalla città.
Io presi la mia macchina e, sempre più insospettita, li seguii.
Dopo due ore di strada si fermarono in un bosco. Io mi restai qualche metro indietro, nascosta tra la vegetazione.
Li vidi scendere dall’auto e, lentamente, strato dopo strato, togliersi i vestiti.
Aguzzai la vista, ma non potei credere ai miei occhi. Appena rimasero senza niente addosso un raggio di luna li illuminò.
E, non so come descriverlo … si sollevarono da terra e iniziarono a contorcersi, cambiando forma.
Dopo pochi secondi ricaddero a terra, carponi: Andrea e Simone non erano più umani, erano diventati dei mostri. Non riuscii a capire immediatamente che forma avessero adottato, lo capii soltanto quando si alzarono sulle zampe posteriori e ulularono alla luna.
Lupi Mannari, Licantropi. Il mio ragazzo era un ibrido. Mezzo lupo, mezzo umano.
Rabbrividii e, sempre più spaventata scoppiai a piangere. Il lupo più imponente, Andrea, si girò nella mia direzione. Terrorizzata trattenni il respiro. Mi avrebbe riconosciuto? O, preso dagli istinti, avrebbe ucciso anche la donna con cui condivideva l’esistenza? Il lupo avanzò verso di me, famelico.
Sarei stata uccisa dalla persona che amavo.
L’avanzare dell’animale diventava una corsa e vidi venirmi incontro la mia ragione di vita e, contemporaneamente, la mia morte.
Andrea si fermò davanti a me e, smanioso si preparò ad uccidere.
Trovai la forza di urlare. « Andrea, fermati, sono io. Sono Ilaria. Andrea ti prego! » gridai in un rantolo. « Andrea, per favore! » il lupo avanzava verso di me, lo sguardo famelico. « Ti Amo. », sussurrai. Chiusi gli occhi aspettando il dolore che però non arrivò.
Aprii gli occhi, piano, con circospezione. Il lupo era accucciato e piangeva. Mi aveva riconosciuto e, non uccidendomi, si era ribellato alla sua natura. Venne verso di me, attento e mi posò il muso in grembo. Restammo in quella posizione per ore, io lo accarezzavo. Andrea continuava a piangere. Dopo un eternità lui si alzò e, con il muso mi fece cenno di rientrare in macchina.
Dall’altro lato dello spiazzo Simone ringhiò. Mi si gelò il sangue. Il lupo corse verso di me, in preda agli spasmi. Mi ero completamente dimenticata di lui. Andrea mi spinse verso l’auto. Io corsi verso la macchina, terrorizzata.
Simone continuava la sua corsa. Andrea si mise tra me e lui. Entrambi saltarono in aria, lo scontro fra i due corpi fu assordante. Caddero sulla terra nuda con uno schianto ma entrambi scattarono di nuovo in piedi, pronti ad una nuova carica. Al culmine dell’emozione, sentii improvvisamente le forze mancarmi e gli occhi diventare pesanti. Divenne tutto nero e sprofondai nell’incoscienza.
Al mio risveglio mi sentivo stordita: mi incamminai verso il bagno. Entrai e mi guardai allo specchio. Vedendo la mia faccia sporca e tumefatta, la verità si rivelò troppo pesante da sostenere. Mi sentii una formica sotto il peso di tutte quelle incredibili novità.
Non riuscivo a credere alla doppia natura del mio amato, eppure tutte le immagini mi rimbalzavano nella mente, senza lasciarmi vie d’uscita. Sentii un lieve rumore dietro di me e Andrea entrò nella piccola stanza. Con lentezza mi abbracciò e io, incapace di trattenermi ulteriormente, scoppiai a piangere sul suo petto. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e mi accarezzava i capelli, distratto.
Rimanemmo in quella posizione per parecchi minuti e, quando esaurii le lacrime, ci spostammo in camera dove, ne ero sicura, Andrea mi avrebbe spiegato ogni cosa.
Lui sospirò. « Hai visto la mia vera natura. » sussurrò, la voce spezzata.
Io annuii. Lui continuò: « Sono un lupo, si tramanda da sempre, di generazione in generazione. Lo era mio nonno – che da piccolo era stato morso da un licantropo – e lo era mio padre. E ora lo sono anche io e, probabilmente lo sarà mio figlio. É orribile sentirsi preda degli istinti, senza potersi controllare… » stava per crollare, si vedeva.
« Però..tu..tu ti sei fermato.. » balbettai, incapace di ripensarci.
« É stato solo grazie a te, Ilaria. Hai usato l’unico antidoto che funziona contro di noi: l’amore. » restai a bocca aperta. Quante cose dovevo imparare ancora! Però io amavo Andrea, e non mi sarei lasciata condizionare da questo suo “mutamento mensile”. Parlammo di lui tutta la mattina, mi rassicurò e mi raccontò del suo incontro con Simone, l’unico della sua specie nel giro di miglia e del legame fortissimo che li legava. Lo ascoltai incredula ma, alle due di pomeriggio Andrea disse che doveva andare assolutamente all’università perché l’indomani avrebbe dovuto sostenere un esame. Mi lasciò a malincuore e partì, nella luce tenue di fine agosto. Io mi concessi una doccia ma, appena il getto caldo mi bagnò la testa sentii il campanello suonare. « Arrivo! » gridai e mi misi l’accappatoio.
Simone entrò in camera. Era pallidissimo e sembrava dover svenire da un momento all’altro.
« Simone, che c’è ? » chiesi, spaventata. Lui si sedette sul letto e mi invitò a farlo a mia volta.
Mi sedetti. Lui inspirò e cominciò a parlare: « Fin dalle antichità, chi segue il nostro destino è costretto a seguire gli istinti, a perdere il suo “io” per ritrovarsi bestia, privato del buon senso. La nostra natura ci obbliga a farlo, siamo schiavi della luna. Una volta al mese, infatti, quando Lei è piena nel cielo, siamo costretti a trasformarci in lupi, per una mutazione genetica che, purtroppo, non c’è modo di annullare. Quando ci trasformiamo, però, dobbiamo seguire delle regole che ci sono state tramandate dai nostri avi.» Fece una pausa e ricominciò a spiegare: « Quando un umano vede un lupo trasformato mette in pericolo tutta la specie.. per cui, quel lupo, deve mettere fine alla vita della malcapitata persona o sarà lui stesso a pagare con la morte. » si interruppe e sospirò, poi alzò gli occhi verso di me e mi inchiodò. « Capisci? » chiese. Si, capivo benissimo. Io avevo visto Andrea sotto forma di lupo e per questa antica legge tribale avrei dovuto morire. Andrea lo sapeva? L’aveva accettato così di buon grado? Sapeva che ero condannata alla morte? Poi mi venne in mente un particolare. « Ma io ho visto entrambi trasformati. » dissi. Simone mi squadrò. « Si, ma hai visto prima Andrea di me, è questo che conta e dev’essere proprio lui a tener fede alla regola. » disse Simone, mortificato. Andrea doveva uccidermi. Sospirai tremando. « E se non succede? » chiesi, incapace di sentire la conferma ai miei pensieri. « Se Andrea non ti uccide il prossimo plenilunio dovrò essere io ad uccidere entrambi. É terribile. Scusa. ». Simone scoppiò a piangere. Non aveva mai tenuto davvero a me ma non riusciva a sopportare l’idea di perdere il suo migliore amico. « Andrea non lo sa, vero? » chiesi.
« No, lui non sa nulla. Suo padre è morto quando era piccolo.. ».
In un attimo presi la decisione più difficile della mia vita, l’ultima terribile scelta della mia esistenza: decisi di morire, di morire per amore, di morire per Andrea. L’avrei trovato al limitare del bosco, insieme a Simone.
Emersi dal fiume di ricordi e mi costrinsi a pensare al presente. Strinsi la mano sull’impugnatura del pugnale. Mi sarei ferita, così che i due lupi, non potendo resistere al sapore del sangue, avrebbero attaccato.
Vidi il bosco alla fine della strada. Istintivamente alzai gli occhi. Nel cielo, grossa, piena e luminosa incombeva la luna. Quella stessa luna che da bambina mi aveva affascinato così tanto e che adesso mi costringeva a mettere la parola fine alla mia esistenza. Abbassai lo sguardo sui miei piedi che mi portavano sempre più vicini a lui. Quando mi infiltrai tra i primi alberi estrassi il pugnale e strinsi i denti. Affondai il pugnale nella carne, trattenendo un urlo. Il sangue iniziò a colare, caldo. Poi si alzò una lieve brezza e due ululati squarciarono la notte.
Sentivo i passi attutiti dal fogliame avvicinarsi verso di me. Vidi Andrea venirmi incontro, la bocca aperta a mostrare i denti. E con un sorriso chiusi gli occhi sprofondando nel buio.
Morire per amore non è poi così terribile.

Di sicuro l’incipit di un post è una delle cose che mi mette di più in difficoltà. Non so mai come iniziare. Spesso ho voglia di aggiornare questo, ancora scarno, diario e poi mi ritrovo a demordere perchè incapace di trovare un modo originale per iniziare.

Oggi voglio parlarvi di una delle mie più grandi passioni che, contro ogni aspettativa, mi sta dando grandi soddisfazioni. Di cosa parlo? Ovviamente della fotografia! Ma partiamo dall’inizio.

Credo che la voglia di esprimere ciò che ho dentro l’abbia sempre avuta, fin da piccolissima. Sarà che sono un leone, sarà che sono mancina, ma l’arte mi è sempre stata davvero congeniale. Ogni tanto la percepisco come una vera e propria parte di me, con un metabolismo proprio, ossia un moto di crescità pressoché infrenabile che mi costringe, per evitare un implosione, a distribuirne un po’ qua e là. Tra i tanti “canali-di-scolo-creatività”, uno di quelli a cui sono più legata è sicuramente l’arte di catturare gli istanti, rendendoli immortali. Mi sono avvicinata alle macchine fotografiche soltanto quattro anni fa, quando ho iniziato a leggere e informarmi. Esattamente due anni dopo, conscia che avrebbe potuto essere un passatempo più che appagante per me, ho chiesto ai miei genitori una macchina fotografica semi-professionale, ossia una reflex. Diciamo che, non navigando nell’oro, sono passati quasi altri due anni prima che, dopo innumerevoli “uscite-sul-territorio”, prove e comparazione-prezzi ho avuto in mano per la prima volta la mia Canon EOS 550D, con il classico 18-55mm f/5.6-3.5 .

Credo di aver rotto un casino ai miei per questo acquisto, mia madre non ne voleva sapere, e mio padre (altro fotoamatore) continuava a dirmi di rimandare, di aspettare di essere “pronta” ad un acquisto del genere. Credo di non averlo mai ringraziato abbastanza. Perchè? Perchè in quel lungo lasso di tempo ho cercato, studiato, approfondito. Al punto tale che, una volta ricevuta la Canon, non avevo che da conoscerla un po’, infatti tutti le mie lacune a livello tecnico erano state colmate. E poi, non meno importante, l’attesa snervante ha fatto sì che io mi rendessi conto di quanto quell’acquisto fosse importante, impedendo che la mia solita incostanza mi facesse stancare dopo appena un mese.

Ovviamente ho tantissimo da imparare e, probabilmente, non finirò mai, ma per ora sono soddisfatta perchè, a quasi un anno di distanza, ho ottenuto tante conferme come l’explore su flickr, tante richieste di shooting e qualche invito ad esporre le mie stampe.

Vi lascio i miei ultimi lavori, un bacione.

Let your soul sing.

Silvy

Just a focus. E  X  P  L  O  R  E

Arr!

Si vivono giornate intense. Ho vissuto settimane respirando aria di novità, quell’aria che cercavo da tempo.

E oggi? Oggi è stata una giornataccia. Insomma, questa scuola mi uccide. (Monotonia portami via!). Ho passato una giornataccia. Una giornata in cui l’aria manca proprio. E poi? E poi tempesta. E vento. Aria buona, fresca tra i capelli. Lacrime agli occhi. Il suono sordo di quel muro nero che si spezza e crolla.

Possibile che bastino un nome e una data per scatenare tutto questo?

Possibile che basti leggere

Varese – 26 gennaio 2011

per essere travolti da emozioni fortissime? Mi sembra di essere catapultata in quel 17 luglio, in quello stadio. Sento il caldo. Posso toccare la gente intorno a me. Il cuore a mille. Il sudore lungo la schiena. E poi le orecchie. Le orecchie piene della sua voce. Della stratocaster del Fede sparata a mille. E poi saltare, fino a non sentirsi più i piedi. E poi tutti lì, tutti insieme ad urlare contro il cielo, con le mani tese verso le nuvole, sperando che, quel timido coro di 70.000 mila voci possa essere, in qualche modo, ascoltato.

E sono qui, ora. Sperando che i miei facciano l’ennesimo atto di compassione verso una ragazza che passa le sue giornate sparandosi soltanto una voce in testa. Ma si sa, PER UNA MAGIA COSI’ VAL LA PENA VIVERE!

Insomma, la mia vita è un casino. Non serve girarci intorno. E’ così. Non so nemmeno dire se sta andando tutto bene o tutto di merda.

Perchè in realtà non c’è poi questa netta divisione tra le due cose. Da una parte va tutto assolutamente alla grande: la pallavolo, la fotografia, qualcosa di nuovo, le amicizie vere.

Dall’altra è tutto nero, mi sento soffocare: troppa scuola, troppo senso di colpa, troppa pena, troppo tutto.

Non so dire se sto bene o meno. Se sono bianca o nera. Se vivo o sopravvivo.

Al momento non so davvero un cazzo, e questo è soltanto uno stupido sfogo che non leggerà nessuno. Insomma, vorrei soltanto avere il tasto “cancella”. Vorrei non aver vissuto per due mesi nell’illusione che una fiamma spenta da tempo potesse ritornare ad ardere.

Ormai il mondo funziona così: si diverte a tirare tutti i fili della mia vita, divertendosi a creare fottutissimi imbrogli più difficili da slegare delle le cuffie dell’ipod alla mattina. Io non sono in grado di reggere tutto questo. Non sono in grado di vedere sorrisi da una parte e lacrime dall’altra. Non ne ho la forza.

Lasciate che la vostra anima canti,

anche quando è difficile,

anche quando va tutto male.

Lasciate che sia lei a parlare per voi.

Ogni tanto succede che ti svegli alle sette di un giorno qualunque e capisci che hai assolutamente bisogno di cambiare qualcosa della tua vita: qualunque cosa, che sia lo spazzolino, il carattere o il taglio di capelli.

Hai soltanto bisogno di novità, niente di più. Hai bisogno di nuovi stimoli, di qualcosa da scoprire pian piano, qualcosa da crescere e costruire.

Mi sento così, e ho già fatto due cambiamenti molto importanti che, nel mio caso, riguardano internet e la comunicazione.

Prima di tutto ho creato questo blog, che per quanto possa snervarmi con il suo complicatissimo funzionamento, mi fa stare bene, perchè so che i miei pensieri non sono lasciati al vento, anzi, possono anche essere letti da qualche malcapitato.

E poi ho creato una seconda pagina, perchè ho intenzione di chiudere silvy’s links. Spiegherò i motivi quando arriverà il momento.

Ultima cosa, prima di andare a fare inutili disegni di tecnica canticchiando l’ormai onnipresente Liga, volevo quantomeno parlarvi del titolo che ho deciso di dare a questo blog: - let your soul sing,  ossia “lascia che la tua anima canti”. Non è una citazione, o almeno, non che io sappia (googlandola si trova poco o niente). E’ il frutto di un’ispirazione improvvisa…nel mio primo post cercavo un modo carino per chiudere (che non sia xoxo Gossip Girl!) e mi è venuta in mente quella frase.

Quindi..

 

let your soul sing,

Silvy

E’ un po’ che ci penso, è un po’ che ci provo.

Oggi mi è partito lo schizzo, e ho creato questo tanto sospirato blog.

Forse un po’ perchè è una gran figata, forse perchè ho bisogno di far sentire la mia voce e una pagina su facebook e il mio flickr ormai mi stanno stretti.

Devo ancora capire come funziona, questo wordpress. A prima vista pare complicato. Ma lo pensavo anche di facebook, e guarda dove sono finita!

Penso di avere finito il mio primo –inutile- post.

 

Let your soul sing,

Silvy

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